Heritage - La storia

La Storia di Villa Chigi Farnese
un’eredità Rinascimentale

La Villa Chigi delle Volte Alte, conosciuta anche come Villa Chigi-Farnese o Villa Mieli, sorge su una collina a ovest di Costalpino, al confine tra i comuni di Siena e Sovicille, lungo la storica strada che conduce alla Montagnola Senese. È considerata uno dei massimi esempi di architettura rinascimentale toscana e un importante prototipo della villa con ali aggettanti, modello che anticipa la più celebre Villa Farnesina di Roma.

Origini e committenza

La costruzione della villa fu avviata intorno al 1492 da Mariano Chigi, fondatore delle fortune della nobile famiglia senese, con l’intento di celebrare il prestigio e la prosperità del casato. L’opera fu terminata nel 1505, come ricorda l’iscrizione incisa sulla facciata:

“Sigismundus Chisius hoc curarum refugium extruxit anno Domini MDV”
(“Sigismondo Chigi innalzò questo luogo di rifugio dagli affanni nell’anno del Signore 1505”).

Dopo la morte di Mariano (1504), i lavori furono completati dal figlio Sigismondo Chigi, che commissionò il progetto all’architetto Baldassarre Peruzzi (1481-1536), allievo e continuatore di Francesco di Giorgio Martini. Lo stile classico e le proporzioni armoniche si fondono perfettamente con il paesaggio circostante, in linea con l’ideale rinascimentale di equilibrio tra architettura e natura.

1505–1512

Architettura e decorazione

La villa presenta una pianta a ferro di cavallo, con due corpi sporgenti che delimitano un cortile porticato a due piani, e un basso muro che originariamente chiudeva una corte-giardino. La facciata principale, rivolta a sud-ovest verso l’Amiata e la Maremma, è caratterizzata da tre ordini di finestre con cornici in pietra serena e da una lunga panca lapidea che corre lungo tutto il perimetro, elemento distintivo delle residenze peruzziane.

La villa era in origine decorata con affreschi e motivi dipinti sulla facciata, come riferisce Fabio Chigi (futuro papa Alessandro VII) nei suoi Commentarii del 1625, ma tali pitture, deterioratesi col tempo, non furono più restaurate.

Gli interni, oggi in gran parte spogli, conservano tracce di splendidi soffitti a volta affrescati nel secondo decennio del Cinquecento, con motivi di grottesche, stucchi e medaglioni ispirati alla cultura romana e alla riscoperta della Domus Aurea. Le decorazioni, attribuite a pittori della cerchia peruzziana (forse Giorgio di Giovanni o Antonio da Caravaggio), celebrano la grandezza dei Chigi e i loro legami con il papato.

Due iscrizioni ricordano momenti significativi della storia della villa: la prima, datata 1505, segna la conclusione dei lavori; la seconda commemora la visita di Papa Giulio II nel 1510-1511, evento che sancì il legame tra i Chigi e la famiglia Della Rovere, suggellato dal diritto di unire i due stemmi.

Tra gli elementi di pregio figurano due pozzi decorati – uno in travertino e tufo con volta a cassettoni dipinti, l’altro ornato da amorini scolpiti che sostengono lo stemma Chigi-Della Rovere – e il giardino originariamente impostato su linee asimmetriche, con percorsi sinuosi e vedute prospettiche improvvise.

1510–1520

Le proprietà e le trasformazioni

Il complesso originario comprendeva la villa, la chiesa di San Bartolomeo, la peschiera con ninfeo e teatro, un rustico agricolo e le stalle.

Nel 1603, la villa fu acquistata da Agostino Chigi, rettore dello Spedale di Santa Maria della Scala, che ne curò il restauro e l’ammodernamento, rispettandone la struttura originaria. Fece intonacare le facciate, arricchì la biblioteca e il giardino, e aggiunse le proprie armi e quelle della moglie Olimpia Piccolomini Carli sulla panca di pietra.

Alla sua morte (1639), senza eredi diretti, la villa passò a un omonimo parente, Agostino Chigi, figlio del fratello di Papa Alessandro VII. Nel 1658, in occasione delle nozze con Maria Virginia Borghese, il pontefice donò al nipote il feudo di Farnese, da cui derivò il titolo di villa Chigi-Farnese.

Nel corso dell’Ottocento, l’edificio subì ulteriori ristrutturazioni che modificarono parzialmente la destinazione d’uso degli ambienti progettata dal Peruzzi, pur mantenendo l’impianto originario.

1579–1714

La chiesa di San Bartolomeo

Accanto alla villa sorge la chiesa di San Bartolomeo alle Volte, fondata da Sigismondo Chigi nel primo Cinquecento sul sito di una preesistente parrocchiale in rovina. L’interno, a navata unica, conserva un paliotto a rilievo ispirato all’opera di Giuseppe Mazzuoli e tele attribuite a Francesco Nasini, raffiguranti santi canonizzati da papa Alessandro VII. L’altare maggiore è di stile classico e, in origine, ospitava una Madonna con Bambino e santi del Sodoma, oggi conservata alla Galleria Sabauda di Torino.

XVI secolo

La villa tra Seicento e Novecento

Durante il Seicento la villa fu spesso citata nei diari di Alessandro VII Chigi, che pur vivendo a Roma mantenne un forte legame con la sua terra e promosse restauri e abbellimenti nei luoghi familiari del senese. La villa delle Volte, insieme a quella del Cetinale e ad altre dimore di famiglia, divenne simbolo della continuità tra città e campagna, tra cultura e paesaggio.

Nel Novecento la proprietà passò allo Stato italiano e, per un periodo, fu data in usufrutto all’Università di Siena. Successivamente seguì un lungo periodo di abbandono. Dopo la tempesta del 2018, che causò danni strutturali, la villa è stata concessa nel 2023 alla società Ga.vi srl, attiva nel settore alberghiero di charme, con l’obiettivo di valorizzare il complesso e destinarlo a funzioni artistiche e culturali.

XVII - XX secolo

Eredità e valorizzazione

La Villa delle Volte Alte rimane una delle testimonianze più importanti del Rinascimento senese, esempio perfetto dell’incontro tra architettura, paesaggio e storia familiare. Il suo valore risiede non solo nella qualità artistica e architettonica, ma anche nel legame profondo con la famiglia Chigi, protagonista della vita politica e culturale di Siena e di Roma tra Quattrocento e Seicento.

Oggi la villa è oggetto di progetti di recupero e valorizzazione, promossi anche dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), che ne riconosce il ruolo fondamentale nella memoria storica del territorio,

XXI secolo